Con la sconfitta dei Saraceni in Sicilia ad opera dei Normanni, Ruggero d'Altavilla attuò la latinizzazione del clero riordinando le diocesi dell'isola. A lui si deve infatti la rifondazione della Chiesa catanese sotto la guida di Ansgerio, monaco di origine bretone, considerato il precursore del monachesimo benedettino in Sicilia.

Fondata a Catania l'abbazia di S. Agata, la presenza benedettina si segnalò ben presto anche sui monti dell'Etna dove i monasteri acquisirono in poco tempo un ruolo determinante tra le popolazioni di allora, costituite ancora di modesti aggregati urbani o, in molti casi, di comunità rurali. Prima con Ruggero il normanno, poi con Simone conte di Policastro, i monaci ricevettero numerose donazioni, immensi terreni e feudi (quelli sottratti agli infedeli), tanto che ai vari cenobi1 veniva riconosciuto il privilegio di gestire anche giuridicamente i possedimenti e gli abitati di appartenenza.

Nel 1205, il vescovo Ruggero Oco innalzò il monastero di S. Maria di Licodia ad abbazia e ad essa furono assegnati diversi privilegi; nel 1359, per volere del vescovo Marziale, vennero poi aggregati anche i priorati di S. Leone e di S. Nicolo l'Arena di Nicolosi con le proprie dipendenze. Nel 1400 il rè Martino di Montblanc "il vecchio" accordò ai Benedettini Cassinesi la facoltà di possedere beni senza alcuna limitazione. Nei tempi successivi infatti il patrimonio dei religiosi si consolidò ed aumentò notevolmente tanto che le abbazie rivestirono un ruolo primario nelle vicende del regno di Sicilia; all'abate di Licodia spettava infatti il diritto di sedere nell'antico parlamento siciliano come autorevole membro ecclesiastico.

I Benedettini, riuniti nel 1504 alla Congregazione Cassinese, nel tempo mantennero la funzione di guida spirituale ed amministrativa sui feudi e sui centri abitati fino alla soppressione degli ordini religiosi avvenuta nel 1866. A conseguenza di ciò il Comune di S. Maria di Licodia venne in possesso di 200 "salme" di terra comprese tra l'ex feudo Cavaliere, le contrade Mancusa Soprana e Sottana e Scannacavoli, ripartite poi dal Comune stesso in 401 quote da destinare ai cittadini.

All'abbazia di Licodia apparteneva quindi anche la "vigna del Cavaliere", un grande feudo situato a Nord del sito cittadino, donato ai monaci dal conte Simone di Policastro intorno al 1143 (quando il nobile affidò il cenobio al monaco Geremia) con le contrade "Mendolito" e "Scannacauli" mediante un privilegio in lingua greca e latina.

L'atto ufficiale che cita questa donazione fu redatto però successivamente, il 15 gennaio 1346, dal notaio Giuliano D'Augusta. Una seconda parte di terreno venne poi concessa al monastero con atto di permuta tra il monastero stesso ed un presbitero di nome Stefano, comprendente altre 12 salme prima appartenute ad un certo Giacinto di Trecana. Nel grande feudo pertanto fu necessario costruire una struttura che potesse accogliere i monaci nell'esercizio giornaliero delle attività agricole e spirituali. La "casìna del Cavaliere" infatti, divenuta rettoria dell'abbazia di Licodia, o più semplicemente una grangia2, fu costruita quasi subito e modificata poi nel tempo; essa doveva servire per accumulare i raccolti durante l'anno: possedeva infatti locali per lo stoccaggio delle derrate agricole, per il deposito degli attrezzi e per il ricovero temporaneo del bestiame. Non mancavano poi gli ampi cortili, le indispensabili cisterne e i muri a secco che definivano i vari sentieri così come oggi in parte si presentano. Sopravvenuto l'incameramento dei beni ecclesiastici da parte del demanio regio, nel 1866 quindi molti terreni appartenuti ai monaci per quasi otto secoli andarono in mano ai privati. Anche la "vigna del Cavaliere" subì la stessa sorte, e la casìna, negli anni, venne modificata nella struttura e quindi anche nell'uso. La cappella venne quasi del tutto demolita per lasciare spazio alle attrezzature per la lavorazione dell'uva e, nei decenni successivi, l'edificio fu anche luogo di ricovero del bestiame fino ad arrivare ad uno stato di completo abbandono.

 Nel 1968 la famiglia Abate acquistò parte del feudo, nel frattempo appartenuto alla famiglia Reitano, comprendente pure ciò che restava dell'insediamento rurale e della rettoria benedettina.

Dopo qualche anno, nel 1974, il Sig. Abate iniziò una coraggiosa e paziente opera di restauro della struttura anche a salvaguardia della memoria storica che questo luogo ormai rappresenta, trattandosi di un recupero anche di grande valore culturale. L'intervento ha permesso soprattutto il ripristino dei tetti e la ricollocazione di tutti quegli antichi manufatti di complemento necessari, nel pieno rispetto dell'utilizzo dei materiali originali.

 

1. Cenobi: monasteri
2. Grangia: comunità agraria benedettina.

 

Cucina
L' "Abbazia" propone una cucina stagionale rivisitata e creativa fedele agli ingredienti tradizionali...

Memoria storica
Con la sconfitta dei Saraceni in Sicilia ad opera dei Normanni, Ruggero d'Altavilla attuò la...
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La parola alla letteratura

La "casìna del Cavaliere" risulta citata ne "I Vicerè" di Federico De Roberto. Nel VII capitolo della seconda parte dell’opera infatti, Don Blasco Uzeda, ex benedettino del monastero di S. Nicolò l’Arena di Catania, una volta secolarizzato, tramite un prestanome venne in possesso di una delle migliori terre dei benedettini: la "vigna del Cavaliere". Ciò gli fu reso possibile per l’avvenuta soppressione delle Corporazioni Religiose del 1866. Per questo egli ricevette aspre critiche da parte di alcuni componenti della sua famiglia, perché aveva rilevato, anche se indirettamente, una proprietà appartenuta all’abbazia. Se non l’avesse acquistato lui, rispose, il feudo sarebbe andato certamente perduto, mentre in quel modo era come se continuasse ad appartenere alla Congregazione Benedettina.

Don Blasco pertanto fece restaurare la cappella, celebrandovi la messa tutte le volte che risiedeva lì; lavorava la terra con l’aiuto di alcuni contadini e vi scavò anche un pozzo; ingrandì inoltre la fattoria, trasformandola in casina di villeggiatura.

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